La storia di Aeham Ahmad, il pianista siriano

La storia di Aeham Ahmad, il pianista siriano

Chiedilo a me se è possibile – La storia vera di Aeham Ahmad, il “pianista Siriano”.

Aeham Ahmad: “Non mi piace essere una storia”

Migliorare il mondo o migliorare il proprio mondo?
Questa è la storia di un giovane uomo EGO che ha fatto e fa ancora parlare tanto di sé.
Lui non ama rivelare la sua identità, ma preferisce far parlare la sua musica e le sue canzoni ed è per questo che il mondo l’ ha conosciuto come il “pianista tra le macerie” , “il pianista Siriano” e il “pianista di Yarmouk”.

Allora immaginate un bimbo di 5 anni che sfugge al padre che lo obbliga a suonare il pianoforte, un 16enne profugo di guerra scappato in Germania e un 31enne talento di fama mondiale pluripremiato per la sua musica e per la lotta ai diritti umani.

Lui è Aeham Ahmad, uno dei 18 mila sequestrati della città di Mukhayyam al-Yarmouk, il campo profughi siriano di Yarmouk a Damasco e la sua storia sta facendo il giro del mondo ispirando speranza e coraggio soprattutto fra i giovani.
L’infanzia e l’adolescenza del giovane siriano sono state, sicuramente, molto diverse da quelle dei suoi coetanei nel resto del mondo.

Cenni storici della vita di Aeham Ahmad

Classe 1988, fin da piccolo ha trascorso le sue giornate a Yarmouk, nei campi profughi con la sua famiglia proprio lì, in quella zona, dove fu il nonno di Aeham a trasferirsi, nel 1948, per sfuggire alla guerra.

All’età di cinque anni, piccolissimo, scopre una vera e propria passione per il mondo della musica. A insegnargli a suonare il pianoforte ci pensa il papà, che vede in Aeham un vero e proprio talento naturale a tal punto da iscriverlo al Conservatorio arabo di Damasco per un movimentato decennio di musica classica che sfocerà col diploma al conservatorio di Homs a 23 anni.

Il padre sapeva che “Chi nasce lì, nasce da rifugiato, senza nessuna cittadinanza, né palestinese, né siriana” e spingeva il figlio ad imparare a suonare il piano. Al giovane sembrava assurdo dover imparare Mozart, Beethoven, Cajkovskij e dopo anni di ribellione allo studio, capì che aveva in mano lo strumento che invece avrebbe cambiato la sua vita e quella degli altri, proprio come succede a chi studia medicina o legge.

Questo tipo di storie di esseri umani in guerra sono così distanti da noi che per quanto macabre e crude ci vengano raccontate dai media e dai TG, rimangono sempre ”incelofanate” come cose che accadono nel mondo, dalla guerra appunto, agli elefanti in via di estinzione al polo nord che si scongela…reali per tutti, ma per molti più reali di altri.

Proviamo allora ad immaginare un ragazzino come lo siamo stati noi prima, e un adolescente poi, con i suoi problemi da affrontare e la sua realtà da frequentare, solo che nel caso di Aeham lo scenario è un po’ diverso: per gran parte della sua giovane età il campo di Yarmouk era stato un borgo dove sciamavano mercanti, notabili borghesi e gruppi di bambini che giocavano. Poi però tutte le persone care che riempivano le vie col loro gioioso frastuono se n’erano andate.

Il dolore di Aeham prende corpo la notte del 16 dicembre, la caduta di Yarmouk, una domenica. Il campo, all’inizio neutrale per volontà degli abitanti e dei comitati civili, solo in parte solidali con le manifestazioni contro il regime, quella notte si arrese all’assalto di gruppi armati: una armata di diverse brigate e battaglioni, dai qaedisti del Fronte Al Nusra ai jihadisti di Al Furqan accodati all’Esercito libero siriano.

Al loro ingresso, il campo si svuotò: il 17 dicembre oltre 140 mila civili erano già fuggiti. Rimasero i più poveri, gli anziani, i malati, i 18 mila ora ostaggio di Al Qaeda e dell’Is. L’esodo coincise con l’arrivo di altri combattenti. Yarmouk divenne la testa di ponte per l’attacco a Damasco

Nel corso della guerra, durante l’assedio e a causa della fame, la popolazione è stata decimata da 150.000 a 16.000 anime. “C’era solo desolazione”, racconta Aeham.

In quel girone infernale che è il campo di Yarmouk – 18 mila anime ridotte a larve umane sulle rovine della città, non dovete sorprendervi se nell’aria sentite volare le note di Beethoven. In qualche angolo, fra i cumuli di calcinacci, c’è Aeham che sfida il demone della morte, picchiando sui tasti d’ebano e d’avorio del pianoforte. Il suo nome per esteso è Aeham Ahmad, ma tutti insistono nel chiamarlo il Leggendario Pianista di Yarmouk, alle porte di Damasco. Ogni giorno che il cielo è bello, cioè nelle pause della pioggia battente che da due anni scarica su Yarmouk missili e bombe e proiettili, lui esce di casa – o quel che resta delle stanze sbrecciate dai colpi – tira fuori il carretto dello zio fruttivendolo, carica il piano e va a suonare, testardo, per riportare l’eco della vita alla perduta gente fra torri vuote e annerite a perdita d’occhio.

Durante questo periodo, Ahmad trasportò il suo pianoforte su un rimorchio o un pick-up e si esibì in strade e piazze pubbliche. I video di queste esibizioni, spesso con i bambini come pubblico, sono stati condivisi sui social network e la sua storia è stata ampiamente riportata a livello internazionale.

“Dovevo nutrire il mio spirito perciò, nonostante la fame e l’assedio ho continuato a suonare il mio piano”.

Con le sue dita lunghe, magre, intirizzite dal freddo, il pianista di Yarmouk suona per i bambinelli e i ragazzi che gli stanno intorno, i corpi di stracci, denutriti, di chi per lungo tempo ha resistito nutrendosi di lenticchie, ravanelli, mangime per bestiame, erba, finché, esauriti anche quelli, s’è cibato di cani, ha spellato gatti, ha stanato topi per ricavare anche da questi un immondo pasto. Anemia, rachitismo e fame hanno fatto circa 200 morti. “Promesse, promesse, promesse! Mentre la nostra gente muore”, cantano, anzi gridano i giovani attorno al piano mentre la sirena di un’ambulanza li assorda.

Dopo che il campo profughi è stato catturato dai combattenti dello Stato Islamico nell’aprile 2015, questi hanno distrutto il suo pianoforte incendiandolo davanti ai suoi occhi perché la musica era vietata. In questa situazione il giovane ormai costretto, ha deciso di lasciare la sua patria. Il 2 agosto fuggì da Yarmouk e lasciata la Siria si è spostato a Monaco.

Proprio da qui è iniziato il suo pellegrinaggio di speranza. Attraverso la musica cerca di lanciare un messaggio di libertà.

All’età di 23 anni ha conseguito il diploma presso il Conservatorio di Damasco e Homs.

Quel giovane profugo così tanto spaventato e altrettanto incoraggiato dalla sua musica ha fatto del suo talento la sua ragione di vita personale ispirando altri esseri umani in tutto il mondo.

Nel 2015 ha ricevuto a Bonn il primo Premio internazionale per i diritti umani, la pace, la libertà, la riduzione della povertà e l’inclusione grazie al suo “impegno superiore”.

Ha fatto le sue prime apparizioni in Germania in un concerto per rifugiati e volontari a Monaco nell’ottobre 2015 così come un concerto di beneficenza per il Bochum Refugee Aid insieme all’Orchestra Sinfonica di Bochum. Un frammento di granata nella mano sinistra probabilmente lo terrà fuori dalla sua carriera come pianista classico.

Dal 2017 suona insieme all’Edgar Knecht Trio e insieme hanno sviluppato l’album del 2017 Keys to Friendship, in cui interpretano canzoni popolari tedesche e arabe in arrangiamenti jazz.

Nel 2017 hanno vinto il Creole – Global Music Contest.

La foto di Aeham Ahmad tra le macerie ha avuto un clamore mediatico enorme lanciando il pianista a livello mondiale.

Il pianista siriano però ci tiene a precisare una cosa: “non mi piace essere una storia, capisco che la mia immagine tra le macerie sia potente, ma sono stanco. La verità è che ho 31 anni ma me ne sento 70, la guerra ti invecchia, quando vedi gente morire in modi tremendi e inumani, avresti solo bisogno di qualcuno che ti cancella i ricordi dalla mente”.

Aeham nei suoi interventi  in giro per il mondo ha raccontato la sua vita nel campo: “siamo sempre rimasti al campo, spesso senza acqua né cibo, in una situazione orribile”. Per fortuna c’era la musica a fargli compagnia e non lo nasconde: “l’unica via di uscita era la mia musica e così l’ho usata per denunciare la nostra situazione”.

Grazie alla sua musica e ai video pubblicati sui social, infatti, il campo profughi di Yarmouk è diventato famoso: “quello era il mio scopo, non era pericoloso suonare, era la vita comunque a essere pericolosa lì”.

Poi i jihadisti gli hanno bruciato il pianoforte e la vita di Aeham è cambiata quando ha deciso di scappare via, anche se non nasconde: “nessun rifugiato decide di scappare, sei forzato ad andare via. Non volevo andare in Germania, ma la corrente portava lì”.

Arrivato in Germania comincia la sua nuova vita a Wiesbaden dedicandosi proprio alla musica con un primo concerto davanti a 65 mila persone: “con i soldi dei concerti sono riuscito a portare con me mia moglie e i bambini, i miei genitori. E ancora una volta la musica mi ha aiutato”.

La musica Aeham l’ha nel cuore, da sempre. Tempo fa raccontava d’essersi seduto al piano a cinque anni d’età; poi, ancora bambino s’era iscritto al Conservatorio. Insegnava ai piccoli del campo. Finché la guerra, per un po’ lo ha azzittito.

“All’inizio dell’assedio volevo rinunciare alla musica, restare neutrale nel conflitto siriano. Vendevo falafel, e tenevo la musica chiusa nel cuore. Ma dopo sei mesi, non riuscivo più a contenerla: era più forte di me. Perciò ho ripreso il mio piano, l’ho fissato sul carretto dello zio ortolano, e ho cominciato a trasportarlo fra i quartieri più deprimenti per ridare speranza”.